Non è poi così facile come sembra ragazzi.
Spensieratezza stocazzo.
Tutte le volte che penso a quante volte avrei voluto prendere e andarmene le dieci dita delle due mani che ho attaccate alle braccia non mi bastano. Ma poi ci ripenso sempre...
Già... è l'istinto di conservazione.
L'inarrestabile battaglia che impazza al mio interno.
L'emotività di un bambino mai cresciuto e la necessaria e maledetta razionalità con cui deve fare i conti un padre, in un mondo dove tutto è merce, dove tutto è in vendita.
Ci sono i sogni e poi c'è la vita reale di tutti i giorni, che non combacia del tutto con quei sogni che facevo da bambino.
Eppure di vita ne abbiamo una sola Cristo! Ma siamo schiavi di noi stessi, perché tra il mutuo da pagare, i figli da mantenere e i nostri vizi, capricci e cazzi vari, la gabbia ce la siamo costruita addosso.
Lo so, è il lavoro salariato che ci fotte. E questa società di merda... siamo schiavi moderni, o forse postmoderni se volete.
L'altro giorno quando la pension consultant me lo ha detto, sono andato in balla per tutto il pomeriggio.
"La pensione non prima del 2036" mi dice... e io, sottovoce, penso "porcoddio sono altri 23 anni..."
Ha ragione il mio amico, un torinese juventino, con il cognome da colonello... "La soluzione?", dice lui, "bisogna andare a vivere su un'isola deserta." Ma state tranquilli, perché continueremo a lamentarci, fino alla morte, ma su quell'isola che non c'è, non ci arriveremo mai.
Riflessioni sparse tra una pedalata e un calcio al pallone... Cycling, Football and Punk.
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15 November 2013
14 October 2013
Me stesso, aka Sabino Lo Zoppo.
Dal nomen latino Claudius, che, tratto dall'aggettivo claudus, significa letteralmente claudicante, zoppo. Alcune teorie, invece, fanno derivare il nome dal sabinoclausus, col significato di chiuso.
Nella Roma repubblicana va ricordato che la gens Claudia era una ben nota famiglia patrizia che, secondo tradizione, sarebbe emigrata a Roma a partire dalla città sabina di Cures, sotto la guida del capostipite Attus Clausus (meglio noto col nome latino Appius Claudius).
13 April 2013
Pioggia
Pioggia
Le gocce sul vetro della macchina
Il rumore di un generatore
Poi il silenzio
Solo il vento si fa sentire, mentre accarezza l'erba dei prati circostanti.
Il movimento nelle mie dita
Che si agitano a cercare parole
Le parole che servono a fermare i pensieri
Che passano, liberi
Alla ricerca di un'altra emozione.
Le gocce sul vetro della macchina
Il rumore di un generatore
Poi il silenzio
Solo il vento si fa sentire, mentre accarezza l'erba dei prati circostanti.
Il movimento nelle mie dita
Che si agitano a cercare parole
Le parole che servono a fermare i pensieri
Che passano, liberi
Alla ricerca di un'altra emozione.
9 April 2013
Confusione
Ci sono momenti della nostra vita in cui abbiamo disperatamente il bisogno di uno spazio sufficiente intorno a noi per poter respirare e sentirci vivi, per sentirci liberi. Oggi ne ho bisogno più che mai, perché molto spesso l'accavallarsi di ruoli e responsabilità che ci troviamo sulle spalle ci confondono le idee e quando abbiamo le idee confuse, rischiamo di sbagliare strada...
8 April 2013
Oggi, tra le altre cose, è anche morta la Thatcher
Per rubare le parole ad un cavaliere mascherato, "il mio pensiero va ai minatori inglesi" (zeropregi)
Dicevo... non ne posso veramente più di sta cazzo di vita in ufficio.
Mi sento quasi soffocare in certi momenti... Ma non potevo scegliere di fare altro nella vita? O meglio scegliere potevo di sicuro, solo che non l'ho fatto... Ho lasciato che le cose accadessero come sempre. Non ho fatto un bel niente per fare ciò che avrei voluto fare.
Sono partito e ho lasciato tutto indietro. Non l'ho fatto per cercare un lavoro, l'ho fatto solo per fuggire da una donna, per fuggire dal dolore che mi aveva procurato vederla andare via con un altro, come se niente fosse... ma si sa che "l'amore vola" e poi mi sono ripreso bene dai...
Poi per un mese ho fatto quello che beveva e che si divertiva. Quello che giocava a viaggiare tra una brughiera e l'altra con uno zaino in spalla e una chitarra in mano.
Quello che uscito dal Monastery Hostel di Lettefrack per salire sui Twin Pens ha chiesto alla tipa per la strada "scusa bella, dov'è il sentiero per andare su in cima?" e lei che mi guarda come se fossi scemo e mi dice: "siamo in Irlanda, qui non ci sono sentieri... te lo devi creare tu il tuo sentiero".
Alla fine il sentiero non l'ho trovato, ma dopo qualche difficoltà e dopo essere rimasto impantanato nel fango un paio di volte, lassù in cima ci sono arrivato e mi ricorderò per sempre il senso di libertà, ma anche di tristezza che mi ha invaso quel giorno.
Tirare fuori il dito e fare l'autostop era bello. Dopo quasi tredici anni ritrovarsi in un ufficio e non avere più lo smalto di allora lo è un po' meno, ma forse tutti scriverebbero le stesse cose che sto scrivendo io in questo preciso istante. Forse tutti pensano o provano le stesse cose che provo io.
Disordinato lo sono sempre stato e quindi la scrittura non può fare eccezione. Che poi la scrittura è una questione di esercizio come tante altre cose, la maggior parte delle cose.
Il talento senza applicazione non vale un cazzo.
Dico sempre che dovrei scrivere di più per sfogarmi e in fondo mi piace scrivere, solo che non trovo mai il tempo o il momento giusto per farlo.
Mi faccio come al solito travolgere dal succedersi continuo di affari familiari e lavorativi... e poi c'è la televisione che molte sere dopo le dieci e dopo aver messo i ragazzini a letto rimane l'unica attività che ti permette di tenere gli occhi aperti per un'altra oretta senza alzare nemmeno un dito.
Dannate comodità.
Non so nemmeno da dove sono partito, ma questa volta non rileggo... se devo essere disordinato lo voglio essere fino in fondo... Devo scrivere più in fretta e senza pensare troppo anche perché tanto non scriverò mai come uno scrittore o un professionista dell'inchiostro. E non è questo il punto.
Per me la scrittura ha più che altro un grande effetto terapeutico.
Tra l'altro a scuola nei temi ho sempre fatto schifo. Penso di non aver mai preso più di un sette e anche quello forse il buon vecchio Recalcati me l'ha messo solo per darmi un po' di fiducia...
E poi il disordine quando ce l'hai dentro devi anche scriverlo. Altrimenti come fai a trasmetterlo? Il disordine che ho dentro va messo nero su bianco.
Sono in ufficio.
Merda.
Oggi, tra le altre cose, è anche morta la Thatcher
Per rubare le parole ad un cavaliere mascherato, "il mio pensiero va ai minatori inglesi" (zeropregi)
Dicevo... non ne posso veramente più di sta cazzo di vita in ufficio.
Mi sento quasi soffocare in certi momenti... Ma non potevo scegliere di fare altro nella vita? O meglio scegliere potevo di sicuro, solo che non l'ho fatto... Ho lasciato che le cose accadessero come sempre. Non ho fatto un bel niente per fare ciò che avrei voluto fare.
Sono partito e ho lasciato tutto indietro. Non l'ho fatto per cercare un lavoro, l'ho fatto solo per fuggire da una donna, per fuggire dal dolore che mi aveva procurato vederla andare via con un altro, come se niente fosse... ma si sa che "l'amore vola" e poi mi sono ripreso bene dai...
Poi per un mese ho fatto quello che beveva e che si divertiva. Quello che giocava a viaggiare tra una brughiera e l'altra con uno zaino in spalla e una chitarra in mano.
Quello che uscito dal Monastery Hostel di Lettefrack per salire sui Twin Pens ha chiesto alla tipa per la strada "scusa bella, dov'è il sentiero per andare su in cima?" e lei che mi guarda come se fossi scemo e mi dice: "siamo in Irlanda, qui non ci sono sentieri... te lo devi creare tu il tuo sentiero".
Alla fine il sentiero non l'ho trovato, ma dopo qualche difficoltà e dopo essere rimasto impantanato nel fango un paio di volte, lassù in cima ci sono arrivato e mi ricorderò per sempre il senso di libertà, ma anche di tristezza che mi ha invaso quel giorno.
Tirare fuori il dito e fare l'autostop era bello. Dopo quasi tredici anni ritrovarsi in un ufficio e non avere più lo smalto di allora lo è un po' meno, ma forse tutti scriverebbero le stesse cose che sto scrivendo io in questo preciso istante. Forse tutti pensano o provano le stesse cose che provo io.
Disordinato lo sono sempre stato e quindi la scrittura non può fare eccezione. Che poi la scrittura è una questione di esercizio come tante altre cose, la maggior parte delle cose.
Il talento senza applicazione non vale un cazzo.
Dico sempre che dovrei scrivere di più per sfogarmi e in fondo mi piace scrivere, solo che non trovo mai il tempo o il momento giusto per farlo.
Mi faccio come al solito travolgere dal succedersi continuo di affari familiari e lavorativi... e poi c'è la televisione che molte sere dopo le dieci e dopo aver messo i ragazzini a letto rimane l'unica attività che ti permette di tenere gli occhi aperti per un'altra oretta senza alzare nemmeno un dito.
Dannate comodità.
Non so nemmeno da dove sono partito, ma questa volta non rileggo... se devo essere disordinato lo voglio essere fino in fondo... Devo scrivere più in fretta e senza pensare troppo anche perché tanto non scriverò mai come uno scrittore o un professionista dell'inchiostro. E non è questo il punto.
Per me la scrittura ha più che altro un grande effetto terapeutico.
Tra l'altro a scuola nei temi ho sempre fatto schifo. Penso di non aver mai preso più di un sette e anche quello forse il buon vecchio Recalcati me l'ha messo solo per darmi un po' di fiducia...
E poi il disordine quando ce l'hai dentro devi anche scriverlo. Altrimenti come fai a trasmetterlo? Il disordine che ho dentro va messo nero su bianco.
Sono in ufficio.
Merda.
19 October 2011
Tech vs Romance, pensiero mentre digerisco
La tecnologia negli ultimi cinque o sei anni ha veramente cambiato il modo di comunicare e di relazionarsi con il mondo che ci circonda. Da quando ho comprato il mio iPhone circa un anno e quattro mesi fa la mia vita é sicuramente cambiata in qualche modo. Avere il mondo in tasca cambia la percezione della distanza e tutto é, senza sforzo, a portata di mano.
Spesso mi ci trovo con la faccia impallata dentro in questo "telefono intelligente" che con il nuovo modello sembra che oltre a parlare abbia anche un certo senso dell'umorismo, ma é piu forte di me...
Ci sono delle sere che mia moglie se sono dall'altra parte della casa al posto che chiamarmi mi manda un whatsapp o un SMS... io naturalmente rispondo allo stesso modo. Il laptop... e chi o usa piú ormai? é solo utile per scrivere ma per navigare é soltanto un peso sulle gambe quando puoi tenerti un oggettino in mano e con un dito farti un giro per il pianeta. Per non parlare delle altre migliaia di applicazioni che ormai sono diventate parte integrante del nostro modo di essere e di comunicare con gli altri.
Ricordo che la prima volta che andai via di casa per molto tempo avevo 13 anni. Ero andato in Inghilterra per una di quelle "vacanze-studio" le chiamavano... i miei li chiamai dopo una settimana quando finalmente mi decisi a cercare una cabina telefonica. Penso che la telefonata durò circa due minuti: "sto bene, ho pochi soldi, il tempo é nuvoloso, qua mi diverto e studiamo tutta mattina (come no!) poi il pomeriggio andiamo a visitare posti... non ho piú soldi, ci sentiamo presto.... ciaoooo". L'altra sera ho videochiamato con skype (o dovrei dire scaippato?) il mio vecchio (anche lui ha dovuto imparare ad utilizzare certi gadgets) e siamo stati in linea per una buona mezzoretta a raccontarci la rava e la fava. E poi adesso c'é Twitter... al giorno d'oggi tutto é in diretta.. si fa fatica a digerire le informazioni perchè sono tropp. Ho dovuto addirittura scremare un po' di accounts che seguivo perché se mettevo giú il telefono per piu di un'ora mi ritrovavo con un stream allucinante..
eh, sta cazzo di tecnologia....
Come sono cambiati i tempi rispetto a solo trentacinque anni fa. A cinque anni l'unica cosa che si aveva (a parte La Radio) era una televisione in bianco e nero e l'offerta erano due o tre canali (si vedeva anche "La Svizzera" ricordate?). Tra un programma e l'altro L'Intervallo. Finiva tutto lí, almeno a casa mia, ma credo che lo stesso si possa dire per la stragrande maggioranza della gente in quegli anni. Non credo fosse meglio allora, ma un certo romanticismo é andato perduto...
Forse é qualcosa che capita ad ogni generazione il fatto di dire che qualcosa é andato perduto.
Forse qualcosa é veramente andato perduto.
Forse le due cose insieme...
Ma poi penso che davanti a noi ci sono ancora cosí tante cose da fare e sono certo che molte cose si faranno... per lo meno in ambito tecnologico. E allora vedrai che quelli che verranno dopo di me tra qualche anno scriveranno il mio stesso post e diranno che il nostro tempo era piú romantico del loro...
I miei figli giá mi rompono il culo quando si tratta di videogames e non ero proprio l'ultimo degli ultimi ai miei tempi. Farsi battere a Mario Kart da un bambino di 9 anni non è simpaticissimo, sarete tutti d'accordo con me.
Sono curioso di sapere come cazzo ci chiameranno la prima volta che se andranno a fare una vacanza-studio...
Una cosa é certa... é meglio per loro che non ci chiamino dopo una settimana.
Di questi tempi non ci sono scuse!
Spesso mi ci trovo con la faccia impallata dentro in questo "telefono intelligente" che con il nuovo modello sembra che oltre a parlare abbia anche un certo senso dell'umorismo, ma é piu forte di me...
Ci sono delle sere che mia moglie se sono dall'altra parte della casa al posto che chiamarmi mi manda un whatsapp o un SMS... io naturalmente rispondo allo stesso modo. Il laptop... e chi o usa piú ormai? é solo utile per scrivere ma per navigare é soltanto un peso sulle gambe quando puoi tenerti un oggettino in mano e con un dito farti un giro per il pianeta. Per non parlare delle altre migliaia di applicazioni che ormai sono diventate parte integrante del nostro modo di essere e di comunicare con gli altri.
Ricordo che la prima volta che andai via di casa per molto tempo avevo 13 anni. Ero andato in Inghilterra per una di quelle "vacanze-studio" le chiamavano... i miei li chiamai dopo una settimana quando finalmente mi decisi a cercare una cabina telefonica. Penso che la telefonata durò circa due minuti: "sto bene, ho pochi soldi, il tempo é nuvoloso, qua mi diverto e studiamo tutta mattina (come no!) poi il pomeriggio andiamo a visitare posti... non ho piú soldi, ci sentiamo presto.... ciaoooo". L'altra sera ho videochiamato con skype (o dovrei dire scaippato?) il mio vecchio (anche lui ha dovuto imparare ad utilizzare certi gadgets) e siamo stati in linea per una buona mezzoretta a raccontarci la rava e la fava. E poi adesso c'é Twitter... al giorno d'oggi tutto é in diretta.. si fa fatica a digerire le informazioni perchè sono tropp. Ho dovuto addirittura scremare un po' di accounts che seguivo perché se mettevo giú il telefono per piu di un'ora mi ritrovavo con un stream allucinante..
eh, sta cazzo di tecnologia....
Come sono cambiati i tempi rispetto a solo trentacinque anni fa. A cinque anni l'unica cosa che si aveva (a parte La Radio) era una televisione in bianco e nero e l'offerta erano due o tre canali (si vedeva anche "La Svizzera" ricordate?). Tra un programma e l'altro L'Intervallo. Finiva tutto lí, almeno a casa mia, ma credo che lo stesso si possa dire per la stragrande maggioranza della gente in quegli anni. Non credo fosse meglio allora, ma un certo romanticismo é andato perduto...
Forse é qualcosa che capita ad ogni generazione il fatto di dire che qualcosa é andato perduto.
Forse qualcosa é veramente andato perduto.
Forse le due cose insieme...
Ma poi penso che davanti a noi ci sono ancora cosí tante cose da fare e sono certo che molte cose si faranno... per lo meno in ambito tecnologico. E allora vedrai che quelli che verranno dopo di me tra qualche anno scriveranno il mio stesso post e diranno che il nostro tempo era piú romantico del loro...
I miei figli giá mi rompono il culo quando si tratta di videogames e non ero proprio l'ultimo degli ultimi ai miei tempi. Farsi battere a Mario Kart da un bambino di 9 anni non è simpaticissimo, sarete tutti d'accordo con me.
Sono curioso di sapere come cazzo ci chiameranno la prima volta che se andranno a fare una vacanza-studio...
Una cosa é certa... é meglio per loro che non ci chiamino dopo una settimana.
Di questi tempi non ci sono scuse!
10 March 2011
Un amore nato vent'anni fa...
Una delle cose piu difficili per me è sempre stato cominciare un discorso così dal niente.
Mi viene abbastanza facile intervenire su temi di attualità sui quali posso esprimere le miei opinioni bastonando di qui e trovandomi d’accordo di qua, ma inventarsi un argomento di sana pianta non è cosa alla quale sono avvezzo. Tutto questo per dire che non so da dove cominciare… ehm…
ok, diciamo che comincio con il presentarmi…
Mi chiamo Claudio, nome in codice “Agadenon”. Ho quarant’anni suonati (tra una settimana) e mi sono trasferito in Irlanda alla tenera età di ventinove anni. Ora però prima di andare avanti dobbiamo fare un passo indietro…
Nel 1990 feci per la prima e ultima volta una vacanza allora molto modaiola.. l’interail.. chi se lo ricorda? A dire la verità non so nemmeno se esista ancora. Un modo bellissimo per passare un mese con uno zaino in spalla su e giù per i treni di tutta Europa. Ora, siccome tutta l’Europa Continentale non ci bastava quell’anno decidemmo di fare l’interail + NAVE (si chiamava banalmente così) e optammo per una vacanza piuttosto specifica sia per luoghi che per contenuti… doveva essere infatti una vacanza “celtica”. Prendemmo il treno e partimmo alla volta di Parigi che , direte voi, di celtico non ha un bel niente. Vero, ma è la capitale della Francia e fino a prova contaria la patria dei Galletti Asterix ed Obelix nonchè del Druido Panoramix (chissà che diavolo ci metteva nella mitica pozione il vecchio) … va bene, va bene… mi sto arrampicando sui vetri lo so… La verità è che siccome in vacanza ci andavo con la mia ragazza, a Parigi ero obbligato a passarci.. eh, l’amore…
Tornando alla vacanza celtica, dopo quei pochi anche se certo romantici giorni passati in una mediocre (e sono buono) pensioncina parigina nel bellissimo “Quartiere Latino”, facemmo gli zaini e in fretta e furia partimmo alla volta della Bretagna. Passammo per vari paesini tutti carini e pieni di “charme” come direbbero i francesi e dopo tanto girovagare ci fermammo infine su un’isoletta al largo di Roscoff: l’Ile de Batz. L’isola era un posto dimenticato da Dio dove c’era un campeggio con due tendoni comunitari e un centro per lo studio delle maree. Ricordo che la mattina si facevano addirittura dei corsi sulle maree.. raggiunto Le Mont Saint Michel, avrei poi capito perchè i “Bretonnes” passano così tanto tempo a cercare di comprendere i misteri che si nascondono dietro il salire e scendere del mare.. da quelle parti infatti tale scienza ha sicuramente enormi applicazioni pratiche nella vita di tutti i giorni. Le onde arrivano all’improvviso e non è certo carino trovarsi 2 KM al largo della costa a giocare con la sabbia nel giorno e all’ora sbagliata… (a meno di non avere una tavola da surf o per lo meno un salvagente!) Se non avete mai avuto il piacere, vi invito vivamente a fare un giro in questo posto meraviglioso. Non cercate di imboscarvi all’interno la notte però se non volete essere svegliati malamente e buttati fuori a calci da simpatici gendarmi con i baffetti…
Ci innamorammo del posto e restammo per ben cinque giorni. In quello stesso periodo sull’isola c’era anche un raduno di musicisti per un festival di musica tradizionale (celtica naturalmente) e tra organetti, flautini e birra passammo veramente una fantastica settimana. Tuttavia, passati i cinque giorni, anche il più immobile degli stanziali se ne sarebbe andato.. e così decidemmo di fare uso del nostro interail + NAVE e andare – FINALMENTE – dove avevamo voluto andare sin dall’inizio della vacanza… l’Irlanda con le sue fate e i suoi folletti era davanti a Noi.
Partimmo da Roscoff e arrivammo a Rosslare, nel South East, dopo 21 ore di viaggio. Decidemmo di fare piu o meno brevi tratti, vedere poche cose, ma vederle bene… Saremmo rimasti nell’isola incantata per 13 giorni.
Chi lo avrebbe mai detto.. il ricordo di quel viaggio, oltre dieci anni dopo, avrebbe cambiato la mia vita…
Prima tappa: Cork
Ricordo poco di Cork.. ricordo la cattedrale e l’incontro con il mio “amico di penna” Michael Healy. Michael era stato il mio professore d’inglese durante una delle mie “vacanze-studio” in Inghilterra, precisamente a Colchester. Era senza dubbio un personaggio; Fervente cattolico e politicamente di estrema destra Michael aveva due orecchie enormi (per questo lo avevamo soprannominato Dumbo poveraccio), era brutto come un pugno nello stomaco, pallido e aveva due guance rosse come due peperoni. Nelle sue lettere non parlava altro che di Hitler, di Mussolini e del Papa polacco e anticomunista, che Dio aveva voluto a capo della Chiesa Apolstolica per sconfiggere il regno del male. Dopo qualche anno di corrispondenza, per ovvi motivi, gli argomenti si esaurirono, ma volli comunque incontrarlo. L’incontro fu breve, ma il suo aspetto e la sua eccentricità riempirono il gruppo di allegria. Dopo un breve giro per la città e una bella pinta di Guinness ci lasciammo con la promessa (mai mantenuta) di restare in contatto… Chissà dove sarà finito il buon vecchio Michael.. L’altra cosa che ricordo ed è sicuramente degna di menzione è sicuramente la reazione mia e di tutti gli altri di fronte al buffo “cork accent”.. Parlavano davvero inglese questi Corkonians o si trattava piuttosto di un rozzo dialetto locale?
A distanza di quasi ventun’anni da quel primo viaggio nella “Rebel County”, la gente dice che ho l’accento di Cork quando parlo inglese… Significa che da allora di strada ne ho fatta…
Seconda Tappa: Killarney
A Killarney mi è capitato di vedere qualcosa, che avrebbe profondamente influenzato la mia visione dell’uomo tedesco per sempre… Eravamo in un bellissimo ostello che dava sul Parco.. non ricordo il nome, ma era una bellissima costruzione, antica e con un fascino tutto particolare. Ma andiamo al punto… i tedeschi. Ebbene… io, la Roby e il Grancio ci facciamo strada nella cucina dell’ostello armati fino ai denti (da bravi italiani all’estero) di tutto il necessario per una bella e da tanto agognata pastaciutta. Io, control freak da sempre, nonchè cuoco da strapazzo mi offro volontario per preparare con amore una prosaica pasta al sugo. Dopo aver preso una pentola nella cucina ed averla riempita di acqua fresca, mi metto all’opera.. metto quindi la pentola sui fornelli, accendo il fuoco e la copro con un coperchio raccimolato da qualche parte per accellerare l’ebollizione. Il tedesco di fianco a me, vista l’acqua bollire (la sua) decide che il momento è giunto per “buttare la pasta”. Lo guardo con un po’ d’invidia e saluto cortesemente, ma il nostro amico teutonico fa solo un cenno e poi si allontana dalla cucina. Non ha nemmeno girato lo spaghetto… ma questo, vi assicuro, non è niente rispetto a quello che sta per accadere. Dopo un po’ il pacioccone torna, gira la pasta in quattro e quattrotto e comincia a parlare (in tedesco) con il suo compagno di viaggio ed io faccio lo stesso. Me la chiacchiero piacevolmente con i miei, mentre siamo tutti intenti a preparare un bel sughetto appetitoso. Passano circa 10 minuti, o forse addirittura 15 minuti… poi finalmente mi rendo conto e dico tra me e me: 15 minuti per uno spaghetto? azz… Mi giro e con modi gentili ed un sorriso pieno di speranza dico al tedesco: amico, guarda che la pasta ormai è cotta… ti conviene scolare altrimente scuoce… il tedesco, chiaramente infastidito dalla mia intrusione, mi risponde che non è ancora tempo e che a lui la pasta gli piace ben cotta…. a lui! Passano altri 10 minuti ed io inorridito rimango del tutto immobile quando lo vedo finalmente scolare una massa ormai informe che, anche con tutto l’amore del mondo, difficilmente potrebbe essere chiamato un piatto di spaghetti. Il tedesco sistema il pastone nei due piatti, tira fuori un tubetto di ketchup e, che ci crediate o no, ce lo svuota sopra. La poltiglia al ketchup è pronta. L’altro tedesco (il complice) aspetta al tavolo con due belle tazze di cappuccino caldo.
Terza tappa, Galway.
A Galway sembrava di essere in una dimensione altra, fuori dal mondo in un certo senso. La città che mi ha colpito di più tra quelle toccate nella 13 giorni di tour. Di Galway ricordo la bellezza dell’oceano, i prati verdi e lo Spanish Arch. E le passeggiate in bicicletta tra le mucche su queste strade dove mancavano solo le automobili… Uno spettacolo.
Quarta ed ultima tappa, Dublino.
Era il 1990, l’estate della coppa del mondo, l’estate delle “notti magiche aspettando un gol” e il gol arrivò proprio contro gli irlandesi e proprio durante quella breve sosta a Dublin. Salvatore Schillaci, nome di battaglia Totò, era arrivato dal nulla, ma quell’estate del 1990 tutti in Irlanda parlavano di Lui quando nei quarti di finale buttammo fuori dalla corsa per la coppa i “boys in green” con un suo gol “rubato” su una ribattuta del portiere dopo una sassata di Donadoni…
Mi viene abbastanza facile intervenire su temi di attualità sui quali posso esprimere le miei opinioni bastonando di qui e trovandomi d’accordo di qua, ma inventarsi un argomento di sana pianta non è cosa alla quale sono avvezzo. Tutto questo per dire che non so da dove cominciare… ehm…
ok, diciamo che comincio con il presentarmi…
Mi chiamo Claudio, nome in codice “Agadenon”. Ho quarant’anni suonati (tra una settimana) e mi sono trasferito in Irlanda alla tenera età di ventinove anni. Ora però prima di andare avanti dobbiamo fare un passo indietro…
Nel 1990 feci per la prima e ultima volta una vacanza allora molto modaiola.. l’interail.. chi se lo ricorda? A dire la verità non so nemmeno se esista ancora. Un modo bellissimo per passare un mese con uno zaino in spalla su e giù per i treni di tutta Europa. Ora, siccome tutta l’Europa Continentale non ci bastava quell’anno decidemmo di fare l’interail + NAVE (si chiamava banalmente così) e optammo per una vacanza piuttosto specifica sia per luoghi che per contenuti… doveva essere infatti una vacanza “celtica”. Prendemmo il treno e partimmo alla volta di Parigi che , direte voi, di celtico non ha un bel niente. Vero, ma è la capitale della Francia e fino a prova contaria la patria dei Galletti Asterix ed Obelix nonchè del Druido Panoramix (chissà che diavolo ci metteva nella mitica pozione il vecchio) … va bene, va bene… mi sto arrampicando sui vetri lo so… La verità è che siccome in vacanza ci andavo con la mia ragazza, a Parigi ero obbligato a passarci.. eh, l’amore…
Tornando alla vacanza celtica, dopo quei pochi anche se certo romantici giorni passati in una mediocre (e sono buono) pensioncina parigina nel bellissimo “Quartiere Latino”, facemmo gli zaini e in fretta e furia partimmo alla volta della Bretagna. Passammo per vari paesini tutti carini e pieni di “charme” come direbbero i francesi e dopo tanto girovagare ci fermammo infine su un’isoletta al largo di Roscoff: l’Ile de Batz. L’isola era un posto dimenticato da Dio dove c’era un campeggio con due tendoni comunitari e un centro per lo studio delle maree. Ricordo che la mattina si facevano addirittura dei corsi sulle maree.. raggiunto Le Mont Saint Michel, avrei poi capito perchè i “Bretonnes” passano così tanto tempo a cercare di comprendere i misteri che si nascondono dietro il salire e scendere del mare.. da quelle parti infatti tale scienza ha sicuramente enormi applicazioni pratiche nella vita di tutti i giorni. Le onde arrivano all’improvviso e non è certo carino trovarsi 2 KM al largo della costa a giocare con la sabbia nel giorno e all’ora sbagliata… (a meno di non avere una tavola da surf o per lo meno un salvagente!) Se non avete mai avuto il piacere, vi invito vivamente a fare un giro in questo posto meraviglioso. Non cercate di imboscarvi all’interno la notte però se non volete essere svegliati malamente e buttati fuori a calci da simpatici gendarmi con i baffetti…
Ci innamorammo del posto e restammo per ben cinque giorni. In quello stesso periodo sull’isola c’era anche un raduno di musicisti per un festival di musica tradizionale (celtica naturalmente) e tra organetti, flautini e birra passammo veramente una fantastica settimana. Tuttavia, passati i cinque giorni, anche il più immobile degli stanziali se ne sarebbe andato.. e così decidemmo di fare uso del nostro interail + NAVE e andare – FINALMENTE – dove avevamo voluto andare sin dall’inizio della vacanza… l’Irlanda con le sue fate e i suoi folletti era davanti a Noi.
Partimmo da Roscoff e arrivammo a Rosslare, nel South East, dopo 21 ore di viaggio. Decidemmo di fare piu o meno brevi tratti, vedere poche cose, ma vederle bene… Saremmo rimasti nell’isola incantata per 13 giorni.
Chi lo avrebbe mai detto.. il ricordo di quel viaggio, oltre dieci anni dopo, avrebbe cambiato la mia vita…
Prima tappa: Cork
Ricordo poco di Cork.. ricordo la cattedrale e l’incontro con il mio “amico di penna” Michael Healy. Michael era stato il mio professore d’inglese durante una delle mie “vacanze-studio” in Inghilterra, precisamente a Colchester. Era senza dubbio un personaggio; Fervente cattolico e politicamente di estrema destra Michael aveva due orecchie enormi (per questo lo avevamo soprannominato Dumbo poveraccio), era brutto come un pugno nello stomaco, pallido e aveva due guance rosse come due peperoni. Nelle sue lettere non parlava altro che di Hitler, di Mussolini e del Papa polacco e anticomunista, che Dio aveva voluto a capo della Chiesa Apolstolica per sconfiggere il regno del male. Dopo qualche anno di corrispondenza, per ovvi motivi, gli argomenti si esaurirono, ma volli comunque incontrarlo. L’incontro fu breve, ma il suo aspetto e la sua eccentricità riempirono il gruppo di allegria. Dopo un breve giro per la città e una bella pinta di Guinness ci lasciammo con la promessa (mai mantenuta) di restare in contatto… Chissà dove sarà finito il buon vecchio Michael.. L’altra cosa che ricordo ed è sicuramente degna di menzione è sicuramente la reazione mia e di tutti gli altri di fronte al buffo “cork accent”.. Parlavano davvero inglese questi Corkonians o si trattava piuttosto di un rozzo dialetto locale?
A distanza di quasi ventun’anni da quel primo viaggio nella “Rebel County”, la gente dice che ho l’accento di Cork quando parlo inglese… Significa che da allora di strada ne ho fatta…
Seconda Tappa: Killarney
A Killarney mi è capitato di vedere qualcosa, che avrebbe profondamente influenzato la mia visione dell’uomo tedesco per sempre… Eravamo in un bellissimo ostello che dava sul Parco.. non ricordo il nome, ma era una bellissima costruzione, antica e con un fascino tutto particolare. Ma andiamo al punto… i tedeschi. Ebbene… io, la Roby e il Grancio ci facciamo strada nella cucina dell’ostello armati fino ai denti (da bravi italiani all’estero) di tutto il necessario per una bella e da tanto agognata pastaciutta. Io, control freak da sempre, nonchè cuoco da strapazzo mi offro volontario per preparare con amore una prosaica pasta al sugo. Dopo aver preso una pentola nella cucina ed averla riempita di acqua fresca, mi metto all’opera.. metto quindi la pentola sui fornelli, accendo il fuoco e la copro con un coperchio raccimolato da qualche parte per accellerare l’ebollizione. Il tedesco di fianco a me, vista l’acqua bollire (la sua) decide che il momento è giunto per “buttare la pasta”. Lo guardo con un po’ d’invidia e saluto cortesemente, ma il nostro amico teutonico fa solo un cenno e poi si allontana dalla cucina. Non ha nemmeno girato lo spaghetto… ma questo, vi assicuro, non è niente rispetto a quello che sta per accadere. Dopo un po’ il pacioccone torna, gira la pasta in quattro e quattrotto e comincia a parlare (in tedesco) con il suo compagno di viaggio ed io faccio lo stesso. Me la chiacchiero piacevolmente con i miei, mentre siamo tutti intenti a preparare un bel sughetto appetitoso. Passano circa 10 minuti, o forse addirittura 15 minuti… poi finalmente mi rendo conto e dico tra me e me: 15 minuti per uno spaghetto? azz… Mi giro e con modi gentili ed un sorriso pieno di speranza dico al tedesco: amico, guarda che la pasta ormai è cotta… ti conviene scolare altrimente scuoce… il tedesco, chiaramente infastidito dalla mia intrusione, mi risponde che non è ancora tempo e che a lui la pasta gli piace ben cotta…. a lui! Passano altri 10 minuti ed io inorridito rimango del tutto immobile quando lo vedo finalmente scolare una massa ormai informe che, anche con tutto l’amore del mondo, difficilmente potrebbe essere chiamato un piatto di spaghetti. Il tedesco sistema il pastone nei due piatti, tira fuori un tubetto di ketchup e, che ci crediate o no, ce lo svuota sopra. La poltiglia al ketchup è pronta. L’altro tedesco (il complice) aspetta al tavolo con due belle tazze di cappuccino caldo.
Terza tappa, Galway.
A Galway sembrava di essere in una dimensione altra, fuori dal mondo in un certo senso. La città che mi ha colpito di più tra quelle toccate nella 13 giorni di tour. Di Galway ricordo la bellezza dell’oceano, i prati verdi e lo Spanish Arch. E le passeggiate in bicicletta tra le mucche su queste strade dove mancavano solo le automobili… Uno spettacolo.
Quarta ed ultima tappa, Dublino.
Era il 1990, l’estate della coppa del mondo, l’estate delle “notti magiche aspettando un gol” e il gol arrivò proprio contro gli irlandesi e proprio durante quella breve sosta a Dublin. Salvatore Schillaci, nome di battaglia Totò, era arrivato dal nulla, ma quell’estate del 1990 tutti in Irlanda parlavano di Lui quando nei quarti di finale buttammo fuori dalla corsa per la coppa i “boys in green” con un suo gol “rubato” su una ribattuta del portiere dopo una sassata di Donadoni…
Ecco, camminare per le strade di Dublino quella sera di ritorno all’ostello, non fu molto piacevole… e della capitale, in genere, non ho effettivamente un gran ricordo. Forse anche per questo il 13 Gennaio del 2001 quando decisi di tornare in Irlanda per fare un’esperienza di lavoro decisi di non andare a Dublino, nonostante le opportunità di lavoro nella grande città fossero sicuramente molte di più che in qualsiasi altra città dell’isola. Ma l’istinto alla fine mi ha guidato bene… ora lo posso dire
Questo post è solo una breve introduzione o forse una premessa necessaria per l’esistenza stessa di questo blog… Quando comincio ci prendo gusto, però per ora è meglio se mi fermo qui….
’till next time
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